I signori dello skate. Lords of Dogtown

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La sala è semideserta, saremo una quindicina, strano eppure è la prima a Bologna…boh…forse molti andranno domani… Dopo interminabili minuti di pubblicità il film inizia.

1975 Dogtown, sobborghi di Venice, California. Qui la storia cambiò, almeno per quel variegato popolo che sono gli skaters, da qui prese piede lo skateboarding come lo concepiamo oggi.

1975 Dogtown, un “buco che puzza”, qui inizia la leggenda

Le prime inquadrature sono dedicate ai vicoli con l’immondizia in bella vista, le casupole in legno malconce, e la vita nel peggior California-style che potete immaginare dei suoi abitanti, così ci vengono presentati Jay, Stacy e Tony, quindicenni con la passione del surf, che poi è una filosofia, uno stile di vita con le sue regole. Si alzano presto e vanno al molo a surfare, ma prima devono fare dei lavoretti per “gli anziani” che stanno già cavalcando le onde, pulire un minimo la spiaggia, fare da palo sul parcheggio e stare in acqua per evitare che le tavole finiscano contro i pali del molo, poi possono conquistarsi il diritto di sfidare l’oceano anche loro, in questo modo si guadagnano il rispetto dei più grandi. Storie abbastanza comuni, di una periferia che forse non esiste nemmeno più.

Nelle prime scene si vedono graffiti sui muri del posto, “locals only” recita uno, solo quelli del posto, e si, perché la leggenda narra che quelli di Dogtown sono surfisti duri e puri, e mal sopportavano chi (venendo spesso da quartieri fighetti) andava a fare surf nel loro territorio, di solito finivano pestati e rispediti al mittente.

Ma Jay, Tony e Stacy non surfano solo, per spostarsi e divertirsi usano una tavoletta in legno con 4 rotelle sotto, lo Skateboard. Questi ragazzi usano lo skate come surrogato del surf, ci sia “allenano” quando non ci sono onde, d’altronde lo skate è nato così (ne potete avere un assaggio in una scena di quel meraviglioso film che è Un mercoledì da leoni, tank Tommy per la dritta), come ripiego dei surfisti, ma i 3 ragazzi hanno dalla loro l’età, la spregiudicatezza, l’incoscienza dei 15 anni e di chi vive in certi sobborghi, e con lo skate ci fanno davvero cose mai viste.
Sono soliti ritrovarsi assieme ad altri allo Zephiro, un negozio/laboratorio di tavole da surf (e skate), gestito da Skip eHo (se non sbaglio si chiama così). E’ qui che irrompe un giorno un tizio che cerca della “roba”, e invece che pagare in contanti, porta con se delle ruote da skateboard, non ruote “normali” (fino ad allora le ruote da skate erano fatte in argilla, o tuttalpiù in acciaio), ma in urtano, scorrono meglio, si consumano meno e grippano bene. Subito i ragazzi le provano, e sono entusiasti delle nuove ruote, che permettono loro di raggiungere velocità maggiori e di “esagerare” le manovre. Vedendoli skateare Skip decide di formare un team di skateboard con i ragazzi, per iscriverli ai concorsi, alle gare e fare soldi.

Quello sarà l’anno della famosa gara a Del Mar, dove i ragazzi, ribattezzati Z-Boys (da Zephiro) sconvolgeranno il modo di fare skate, tanto che i giudici non sapranno nemmeno su che base valutarli. Fino ad allora le categorie erano slalom, freestyle e downhill (discesa), gli Z-Boys dimostrarono che lo skate era surf sull’asfalto, andavano forte, portavano al limite le carvate, facevano saltare la tavola con loro sopra, il pubblico e i giudici rimasero basiti di fronte a tutto questo, era qualcosa di assolutamente nuovo. L’esibizione (oggi – ma forse anche allora- si direbbe la run) di Adams fu sconcertante.

Il film mostra un Peralta escluso originariamente dal team, che vi entra a far parte dopo la sua esibizione a questa gara a cui si era iscritto come “indipendente” (senza far parte di un team, senza uno sponsor), mostra anche la sorella do Tony Alva, Kathy innamorata di Stacy, e per questo la gelosia di Adams. Non so , sinceramente quanto di tutto questo sia vero, ma d’altronde lo show business vuole la sua parte.

In seguito alla gara di Del Mar i ragazzi sono richiesti da tutti (nell’ambiente) e contemporaneamente lo skate diventa sempre più popolare, Skip inizia ad avere grosse ordinazioni di tavole, il suo team partecipa alle gare classificandosi sempre ai primi posti, le riviste del settore iniziano ad interessarsi a questi ragazzi e allo modo di usare la tavola, arrivano le copertine sulle riviste, le feste, le ragazze e le proposte di lavoro dai “potenti” del ramo, e da tutta una serie di ditte che fanno prodotti che con lo skateboarding non centra una cippa ma che vogliono sfruttare la popolarità degli Z-Boys.

Nel frattempo si evolvono le storie personali dei ragazzi: Peralta è un bravo ragazzo e non riesce a tenersi a lungo Kathy (sorella di Tony), che gli viene “soffiata” da Adams, Alva rivela il suo carattere molto competitivo, e Adams ha da fronteggiare una situazione familiare non proprio piacevole, una situazione da sobborgo: vive solo con la madre (una specie di residuo hippie), abbandonata dal compagno, e vorrebbe fare i soldi almeno per permettersi di pagare l’affitto per se e la mamma.

Succede però anche un’altra cosa: nasce il “pool skating”. In quegli anni in California ci fu una grave siccità, e la razionalizzazione dell’acqua svuotò le piscine delle ville, i ragazzi intuirono che queste così si potevano skateare (ho sempre invidiato le piscine americane, e non ho mai capito perché noi le facciamo diverse…). Iniziano ad intrufolarsi di nascosto nelle ville per skateare le “onde di cemento” delle piscine, segnando, inconsapevolmente, un’altra grande tappa dello skateboarding.

Con l’arrivo della fama iniziano anche i guai: tutti abbandonano il team. Tony Alva mette su la sua company di tavole (la Alva appunto), Peralta va a skateare per G&S (Gordon & Smith, l’allora più grande company) e Adams sembra più interessato allo skate come filosofia di vita che ai soldi, anche se skatea per qualche marca (mi sembra fosse la Variflex, ma nel film non lo dicono), si ritroveranno ai contest come avversari. Skip, in seguito anche all’incendio che distrugge il molo, si ritrova senza un soldo a lavorare come esperto costruttore di tavole per un negozio che ha preso il posto del suo Zephiro.

A questo punto la vita dei 3 è molto diversa: Tony e Stacy sono delle star (ognuno a modo suo) e girano il paese da una parte all’altra, mentre Jay continua a fare la vita di prima, nei sobborghi.
Siamo alla fine dei ‘70.
Non vi svelo il finale “a sorpresa”.

 

IL SURF FECE LE REGOLE DELLO SKATE, LO SKATE CAMBIO’ LE REGOLE DELLA VITA.

Questo in sostanza ciò che il film ci dice, tuttavia sa tenersi abbastanza lontano, pur con gli stereotipi che ci sono, da una visione agiografica degli “eroi” che ci presenta.

Probabilmente abbastanza romanzata, la storia ha il pregio di essere scritta da Peralta stesso (che sembra abbia girato comunque il documentario Dogtown and Z-Boys per assicurare alla verità la sua storia), e di riportare alcune tappe fondamentali con cura: la gara di Del Mar, almeno stando ai racconti e alle foto mi pare molto verosimile, la siccità e le skateate nelle pool anche.

La regista riesce abbastanza bene a scostarsi dall’errore (comune in questi casi) di fare un film “normale” inframezzato da video di skate, certo, le riprese nelle pool seguono spesso solo la tavola, sono “esaltanti”, ma il tutto serve a sottolineare l’entusiasmo dei ragazzi per quel che stanno facendo e la “portata storica” della novità.

E’ reso bene anche o sviluppo graduale dei rapporti fra i protagonisti, il montarsi la testa di Alva, il carattere ribelle di Adams, il fallimento di Skip, lo “spaesamento” di Peralta, anche se, forse, per fare questo caratterialmente i personaggi sono stati un po”tagliati con l’accetta”.

Alla fine quello che viene fuori – e che probabilmente è la realtà – è che Stacy e Tony, si sono un po “venduti”, e continueranno a gareggiare fra loro (sotto tutti i punti di vista, dato che dall’1980 saranno i proprietari di 2 grosse, e rivali, company di tavole da skate), mentre Jay, è rimasto puro spirito ribelle, vivendo ancora nella città dei cani e skateando solo per gusto e non per soldi. Insomma: skate & destroy!

C’è da dire che il film tralascia (giustamente) tutta la storia successiva di Jay (che ha avuto problemi di droga ecc…) e degli altri, mettendo solo le classiche scritte alla fine in cui si dice, molto sommariamente, ciò che hanno fatto.

Non sto nemmeno a parlare dei colori – fantastici – , della ricostruzione di luoghi (l’impianto della gara di Del Mar è uguale alle foto e alle immagini del documentario) o della colonna sonora, che definire strepitosa è poco.

Non voglio nemmeno dire che è divertente fare la caccia ai cammei e alle apparizioni straordinarie (nel film compaiono Tony Hawk – un’astronauta che cade provando a salire su uno skateboard-,e i veri protagonisti della leggenda di Dogtown: Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams, e Bob Biniak), o citare la bellissima Nikki Reed (già vista in Thirteen, sempre per la regia della Hardwicke) nella parte di Kathy, perché non ce ne bisogno, tuttavia vorrei sottolineare che questi cammei, o se vogliamo rimandi, sono una chicca per gli appassionati, ma non tolgono nulla ai “non addetti” che vanno a vedere il film, come non è pregiudicante il linguaggio “tecnico” usato a volte (mai a sproposito), specie tra gli speaker della gara. Il film rimane godibile a tutti i livelli, anche grazie al fatto che un certo “californian way of life” è ormai entrato nell’immaginario di tutti, e anzi, è esplicativo per i giovani neofiti dello skate e, credo, piacevole, per chi ha ormai una cinquantina d’anni e, seppur non ha mai messo piede su una tavola, certe situazioni, emozioni, una certa “aria” l’ha vissuta, probabilmente all’insegna del “sogno americano”.

Forse è questo il sentimento predominante nel film, la nostalgia, quella vera. Non un “era meglio prima”, ma la nostalgia di chi (non scordiamo che il film l’ha scritto Stacy Peralta) ha vissuto i suoi venti anni in maniera “epica”, come quasi tutti certo, ma con la consapevolezza (forse acquisita solo ora) che la sua epica sarebbe diventata globale, la consapevolezza del poi, che il riguardare con un sorriso un po malinconico la propria giovinezza, è un operazione comunque personale e pubblica allo stesso tempo, perché in quella giovinezza sono state fatte e dette cose che avrebbero cambiato una parte di storia del mondo, e scusate se è poco.

Non so se tutto quello che viene mostrato sia vero (la storia fra Peralta e la sorella di Alva e soprattutto il personaggio di Syd che, mi sembra, nel documentario non venga nemmeno accennato, ma potrei sbagliarmi), fatto sta che tutto nel film è funzionale alla storia, e compone un intero e organico mondo, che, seppur non assente da banalizzazioni e “caricaturismo”, è presumibilmente quel che era nel 1975 Dogtown , sobborghi di Venice, California.

Dove il surf diventò skateboarding, e lo skateboarding diventò vita.

LORDS OF DOGTOWN
Regia di: Catherine Hardwicke
Scritto da: Stacy Peralta
Genere: azione, dramma, sport, biografico
Paese: USA/Germania
Durata: 107 minuti
Colore: colore
Anno: 2005
Cast: John Robinson, Emile Hirsch, Rebecca De Mornay, William Mapother, Julio Oscar Mechoso, Victor Rasuk, Jeremy Renner, Nikki Reed, America Ferrera

 

Articolo originariamente scritto il 17 luglio 2005

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