Stranger Things

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Mea culpa mea culpa, arrivo con ingiustificato ritardo a vedere e recensire Stranger Things.
Lo tenevo d’occhio da un mesetto, da quando cioè mi sono abbonato a Netflix, ma mi sono deciso a guardarlo solo quando la mia cinefila amica Laura mi ha apostrofato con un “Ma come? hai Netflix e non l’hai ancora vistooooo????? Mi hai deluso per l’ultima volta” (no va beh, quest’ultima parte non l’ha detta, ma sono sicuro che se avesse avuto a portata di mano un mantello nero ed una maschera, l’avrebbe fatto).
Quindi decido di mettere in play la prima puntata. Era martedì.
Per le 8 di sera di venerdì, avevo finito la prima stagione.
Una droga.

Gioia e gaudio mi hanno accompagnato in questo percorso di 6 ore e mezzo, dove ogni puntata, pardon, ogni capitolo, va a diventare una perla sbrilluccicosa di una collana bellissima, che racchiude in sè non solo la cinematografia degli anni ’80, ma probabilmente l’intero panorama immaginifico di quel decennio.

1983. In un’anonima cittadina americana, come se ne sono viste a migliaia nei film, scompare un ragazzino. Alle ricerche prendono parte anche i suoi 3 inseparabili amici, ma invece che Will, trovano una misteriosa ragazzina che, spaventata, sembra fuggire da qualcosa, e i 3 decidono di ospitarla, senza dire nulla agli adulti. Nel frattempo la madre di Will “sente” che suo figlio è ancora vivo, riesce, in una maniera molto strana, a comunicare con lui, e con l’aiuto dello sceriffo locale, è decisa a ritrovare suo figlio… Le ricerche porteranno  tutti verso un piccolo bosco e l’area recintata nei pressi, che ospita la vicina centrale del dipartimento per l’energia elettrica.

Un plot narrativo abbastanza semplice, di matrice thriller fantascientifico con forti venature horror, su cui si innestano microstorie dalle gradazioni diverse, che vanno dall’avventura per ragazzi, al drammatico, al romantico, al comico.
I tempi sono semplicemente perfetti. La storia non ha complicanze inutili, elaboratissime sottotrame o improbabili colpi di scena, ma si dipana in 8 puntate con una tempistica che sa tenere sempre lo spettatore sul chi vive. E i diversi registri narrativi, al di là del gusto estetico, riescono a renderla credibile, a dare spessore a personaggi che altrimenti sarebbero risultati appiattiti, sacrificati sull’altare della suspance.
Quello che i fratelli Duffer vorrebbero fare, è evidente, è raccontare una storia che funzioni. Una bella storia, come quelle che hanno (abbiamo) visto da ragazzini. La magia del cinema insomma.
E ci riescono con una maestria davvero rara.

Il background, letterario e cinematografico, su cui poggia la serie sono i romanzi di Stephen King (da La Zona morta a IT, da Carrie a Cujo, passando per Stagioni diverse) e la cinematografia di John Carpenter (su tutti, probabilmente, La Cosa). Ma gli elementi di contaminazione sono infiniti: dai “classici” dell’avventura per ragazzi, come E.T., I Goonies, Stand by me (che poi è un film tratto dal racconto The Body contenuto in Stagioni diverse), ExplorerWar Games, D.a.r.y.l. ,  al fantascientifico di Twilight Zone, Predator, Terminator, Aliens, dall’horror di Nightmare e de l’Armata delle tenebre, dal fantasy de Il Signore degli Anelli e Star Wars.

La storia, i dialoghi, le inquadrature, le ambientazioni,  qualsiasi elemento di Stranger Things, sembra “già visto” da qualche parte. E alla lista aggiungere anche una montagna di comics e opere più recenti (delle succitate) come Twin Peaks ed X-Files.
Ma l’impressione del già visto non è un difetto, è anzi un pregio.
Se da una parte infatti, Matt e Ross Duffer strizzano l’occhio allo spettatore, omaggiando in maniera palese alcune pellicole storiche (la scena dei ragazzi sui binari del treno, riporta immediatamente alla mente l’analoga scena di Stand by me, solo per citare un esempio), dall’altra i continui riferimenti, non solo rendono credibile l’ambientazione e la datazione ( i dialoghi di un ragazzino che nel 1983 si ritrovava con gli amici a giocare a D&D nello scantinato, è ovvio che siano infarciti di citazioni prese dalle saghe di Tolkien e di Lucas) ma vanno a comporre quel gioco, vero fulcro e ragione del successo della serie, che sta a metà tra la cinematografia e la sociologia, tutto imperniato sulla memoria collettiva di almeno tre generazioni, e che fa sì che Stranger Things non sia semplicemente una serie tv di fantascienza ambientata negli anni ’80, ma che sembri anche uscita da quel decennio (e forse l’emento che più di tutti gioca con questo aspetto è la sigla).

Ovviamente è un gioco, lo spettatore lo capisce e lo apprezza, Stranger Things non potrebbe mai essere un telefilm degli anni ’80 proprio in virtù delle ragioni che abbiamo prima detto.
I Duffer, con i film degli anni ’80, ci sono cresciuti. Nelle loro camerette, proabilmente piene di poster di Indiana Jones e di Guerre Stellari, avranno visto e rivisto Christine la macchina infernale tanto da consumare il nastro della VHS.
Tutti gli elementi tipici di tanto cinema di allora, sono stati dai due autori/registi, consumati, digeriti assimilati e metabolizzati per bene, fino a restituire questa sorta di summa essenziale, garbata, rispettosa, a volte perfino iconica. Ma mai manierista.
Qui, credo, stia il fulcro di tutto: il citazionismo di Stranger Things non è mai accademico, nè snob.
E alla fin fine non è nemmeno tanto paraculo, come qualcuno potrebbe pensare.
Perchè è onesto, funzionale alla storia, in ultima istanza e senza il rischio di esagerare, potrei che il citazionismo di Stranger Things è vero. Non si limita a citare o omaggiare, i Duffer riescono nella difficile impresa di “ricreare”.
La serie è apprezzabilissima anche da chi certi film non li ha mai visti, perchè la storia, la regia, gli attori (su tutti una fantastica Winona Ryder), tutto funziona come il meccanismo di un orologio.
Ma anche perchè l’immaginifico anni ’80 che permea ogni fotogramma, non è a solo uso e consumo dell’operazione nostalgia (che pure in parte c’è), rivolta a chi quegli anni li ha vissuti,  ma è percepibile (come vero) da tutti. Certe pellicole non hanno segnato solo la fantasia e l’iconografia di chi le ha viste a suo tempo, ma anche la storia del racconto per immagini, tanto da divenire patrimonio anche di di non le ha viste.
La cultura pop degli anni ’80, nel bene e nel male, ha segnato tutto quello che è venuto dopo, inventando un linguaggio (più linguaggi in realtà), plasmando le fantasie di milioni di persone, creando icone rimaste tali pur per chi è nato dal ’90 in poi.
In questo senso ho parlato di “ricreare”: non è solo una questione di musiche, ambientazioni, costumi. evidentmente i Duffer hanno talmente metabolizzato certi film da riuscire a padroneggiare anche le sensazioni di massima che essi suscitano, e assime a tutto il resto hanno riversato anche questa nella loro opera. E le sensazioni arrivano dritte allo spettatore che le percepisce molto simili a quelle che provava all’epoca guardando ET.
(E’ un processo sociale che sempre si verifica e che non riguarda solo la creazione di prodotti culturali, ma anche, e forse soprattutto, il modo di approcciarli, goderne, guardarli *)

Alla scelta cosciente di essere tra cinema e il meta-cinema,  di fondarsi su questi due pilatri portanti, che s’intrecciano in una duplice interdipendenza, senza che l’uno abbia la meglio sull’altro, si deve il successo e la bellezza di una serie che, alla fine, è anche e soprattutto una dichiarazione d’amore, ad un immaginario pop, quello degli ’80, di cui, coscienti o no, siamo tutti permeati.

 

 

Per approfondimenti  maggiorisu Stranger Things vi rimando a La bara volante, il blog di Cassidy

 

 

* In realtà questo tema meriterebbe un esaustivo approfondimento a parte, ma francamente non credo di essere in grado di sviscerarlo.
In maniera molto grezza e approssimativa, per far capire il concetto, si può fare un paragone con il western: l’epopea (nel senso più letterario) del west è stata creata nel momento stesso in cui veniva compiuta sul campo. La mitologia legata ad essa, non solo ha valicato i confini nazionali degli USA, ma anche i confini cronologici, per cui oggi tutti abbiamo “addosso” questo bagaglio culturale, pur non avendolo nemmeno lontanamente vissuto, e magari non avendo visto nemmeno un film o letto un racconto western. Ma la produzione culturale a tema western, non ha solo raccontato un certo periodo, ha soprattutto creato un immaginifico  che è andato ad influenzare, senza soluzioni di continuità, il periodo stesso, e di conseguenza tutto quello che è giunto fino a noi. Non era vero che nei paesi di frontiera c’era una sparatoria al giorno davanti al saloon, ma era spesso questo che i ragazzi delle città sulla costa occidentale immaginavano pensando alla frontiera, di questo (esagerando) scrivevano. E milioni di persone si sono formate anche leggendo quegli scritti, che si sono andati a sovrapporre alla realtà storica creando un prodotto ibrido che è in sostanza quello che ci viene subito in mente pensando al west.
Allo stesso modo quello che leggevamo/guardavamo negli anni ’80 ha plasmato il nostro immaginario (tutti abbiamo sognato, da ragazzini, di vivere un’avventura come quella dei nostri coetanei Goonies) , e in questa maniera ha segnato anche il ricordo che abbiamo di quell’epoca, ricordo dove la realtà e la finzione, il vissuto e il sognato, si rincorrono senza soluzione di continuità, restituendo, a distanza di anni un’immagine degli anni ’80 che non è definita nel contorni, ma solo in quelle immagini (vividi intrecci di vissuto e sognato, e che spesso sono sensazioni, colori, sfumature, suoni) che ne diventano il simbolo rappresentativo.

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STRANGER THINGS
Titolo originale: Stranger Things
Regia di: Matt e Ross Duffer
Scritto da: Matt e Ross Duffer
Genere: Azione, Thriller, Horror, Fantascienza,
Anno: 2016 (in produzione)
Stagioni: 1 (in produzione, confermata una seconda stagione nel 2017)
Episodi: 8
Paese: USA
Durata: 50 minuti circa (episodio)
Produzione: Camp Hero Productions, 21 Laps Entertainment, Monkey Massacre, Netflix
Musiche:
Cast: Winona Ryder, David Harbour, Finn Wolfhard, Millie Bobby Brown, Gaten Matarazzo, Caleb McLaughlin, Natalia Dyer, Charlie Heaton, Cara Buono, Matthew Modine, Noah Schnapp, Steve Harrington,

 

Se volete dare un’occhiata alle altre serie Tv che ho recensito (o che saranno recensite) andate QUI

Una risposta a "Stranger Things"

  1. I Duffer sono furbetti ms hanno fatto un ottimo lavoro che di fatto piace alla quasi totalità del pubblico. Spero che si confermino con la seconda stagione, che é difficile per tutti ma per loro lo sarà di più. Mi auguro solo che non diventi una gara a chi fa più citazioni, temo che gran a gran parte del pubblico interessi solo quello, ma magari mi sbaglio. Anche questa volta siamo d’accordo, e grazie per la citazione 😉 Cheers

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