Gilmore Girls. A Year in the Life

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Lo ammetto, sono un fan delle ragazze Gilmore.
Una mamma per amica è uno dei telefilm più brillanti mai realizzati. E sicuramente uno dei teen drama migliori del nuovo millennio.
Quindi la  notizia che Netflix avrebbe prodotto una nuova serie, mi ha lasciato piacevolmente sorpreso. Ma anche preoccupato, visti i flop clamorosi fatti da altre reunion/remake/proseguimenti di serie tv visti negli ultimi anni.

Ma, preoccupazioni a parte, rivedere Stars Hollow dopo quasi 10 anni è semplicemente un piacere, per chi ha amato la serie è come tornare dopo tanto tempo in un paese in cui si andava in vacanza da ragazzi. E ritrovare il droghiere, il barista, il matto del paese, un po’ invecchiati magari, ma sempre loro.
D’altro canto, il successo della serie lo si deve anche a questo. Pur con l’alto tasso di assurdità degli abitanti dell’immaginaria cittadina in cui è ambientato, Gilmore Girls è una serie calata nella realtà in maniera quasi maniacale. Una realtà idealizzata, teatrale, esagerata, ma pur sempre una realtà verosimile e comune. Questo non solo grazie alle citazioni e ai continui riferimenti a fatti e personalità esistenti, dai giornalisti di grido, ai film, alle serie Tv (di cui questa mini serie è infarcita), ma anche e soprattutto grazie alla realtà descritta in sè. Le aspirazioni e le frustrazioni di Rory sono esattamente le stesse dei suoi coetanei in tutto il mondo, i battibecchi fra i concittadini, uguali un po’ dappertutto, così come gli amori, che ne corso degli anni vedono coinvolte madre e figlia.

Ma questo è Gilmore Girls, non Gilmore Girls A Year in the Life. Le differenze ci sono. Purtroppo e per fortuna.
La miniserie del 2016 è un prodotto un po’ diverso da una classica serie Tv.
I 4 episodi da 90 minuti ciascuno, dedicati ognuno ad una stagione diversa, per regia, ritmi, luci, alcuni piani sequenza e certe scene, hanno forse più a che fare con la cinematografia che con la TV. Merito della durata di ogni singola puntata certo, ma forse anche di qualcos’altro.
La creatrice della serie Amy Sherman-Palladino, che aveva lasciato la serie alla fine della 6° stagione, firma questa 8° probabilmente cercando di dargli il finale che aveva sempre immaginato (le famose 4 parole con cui, secondo quanto da lei dichiarato, si sarebbe dovuta concludere la serie), sicuramente con un amore immenso per i suoi personaggi.
Sono passati quasi 10 anni dall’ultima puntata andata in onda e ritroviamo Lorelai, Rory, Luke, Kirk e tutti gli altri 10 anni dopo. Cos’è successo in questi 10 anni l’autrice ce lo svela nel corso della serie, e lo fa in maniera molto intelligente: le 4 puntate dell’ 8° stagione sono come delle istantanee che la Palladino fa, nel corso di un anno, ai suoi amati personaggi. Un anno cruciale certo (ma non rivelo di più per evitare spoiler), che l’autrice delinea benissimo rendendo credibili gli anni trascorsi senza che noi potessimo sbirciare i cittadini di Stars Hollow. 4 puntate per 4 stagioni che vanno a comporre un anno delicato, in cui avvengono svolte decisive nella vita dei protagonisti. 4 stagioni ognuna con i propri colori, con i propri stati d’animo.
Questo ritorno a Stars Hollow è credibile quanto più sono credibili le storie dei suoi abitanti. Il lento scorrere della vita di provincia non è qui ne enfatizzato ne nascosto, è come è. Come sarebbe in qualsiasi altra cittadina nel mondo.
La differenza è che Stars Hollow è una cittadina alquanto bizzarra, i suoi abitanti sono bizzarri, talmente bizzarri da permettere agli autori (la Palladino e suo marito) di sbizzarrirsi nei soliti dialoghi surreali a cui ci hanno abituati, e  in piani sequenza onirici e citazionistici (meravigliosi quelli dell’estate, a bordo piscina).

Ma tolte le scelte stilistiche, cosa rimane in questa ottava stagione?
Tutto, ma anche niente.
Se lo script riesce da subito a farci re-immergere nell’amena cittadina del Connecticut, se i dialoghi serratissimi fra le due (o sarebbe meglio dire le 3?) ragazze Gilmore sono agli stessi livelli di ironia di sempre, se la pazzia di Kirk e la pedanteria di Taylor sono sempre le solite, qualcosa di diverso c’è.
Non è ben definito e probabilmente non so spiegarlo chiaramente, ma è come se l’isteria (soprattutto delle due protagoniste) la facesse da padrona, ma in maniera meno divertente del solito. E alcuni personaggi girano col freno a mano costantemente tirato.
Effetti percepibili dallo spettatore, che non so quanto siano stati voluti e programmati dagli autori. Perchè se da una parte aumentano il realismo dei personaggi, dall’altra minano l’elemento commedia dello show lasciandolo, più che altro, di competenza alle scene di intermezzo.
Diciamola tutta: Lorelai sembra quasi un’almodovariana donna sull’orlo di una crisi di nervi. E Rory le fa eco ma con toni decisamente più smunti.
Tutto sommato ci sta, soprattutto considerando che entrambe le protagoniste sono, ognuna a modo suo, irrisolte. Ed in realtà è questo quello che succede di eclatante in questo “anno”, alcuni nodi vengono finalmente al pettine fra i legami dei personaggi, e alcune questioni importanti, motori essenziali della serie, si risolvono per sempre, chiudendo in qualche modo un cerchio.
Come ciò avviene è però discutibile.
Se l’idea del libro è semplicemente perfetta, l’entrata in scena di alcuni personaggi è discutibile, sembrano apparire giusto perchè ci devono stare. Mentre è sfruttata ottimamente la dipartita di Richard Gilmore (l’attore è morto 2 anni fa), alcune scelte in seno allo storyboard non sono un granchè comprensibili.
Immagino che gli autori abbiano dovuto lavorare su più fronti, tenendo a mente diverse esigenze narrative, perciò la serie, pure se ha una sua “stabilità” sembra comunque sempre rimanere in bilico fra il dare conclusione allo show e il volerlo continuare. Così com’è il cerchio sembra chiudersi, nel ripetersi degli eventi che però appartengono ad un’altra storia, eppure lo spettatore non può fare a meno di chiedersi “e ora?”.
La conclusione della Palladino, se era perfetta allora, oggi è meravigliosa, ma lascia adito a troppe curiosità, proprio per i dieci anni trascorsi, e per il fatto che ci è stato permesso di re incontrare le ragazze dopo anni.
Tuttavia “il bilico” sembra ben gestito. Alcuni espedienti narrativi, a partire dal libro di Rory, lasciano allo spettatore diverse chiavi interpretative, e agli autori ampio margine di manovra, per un prosieguo che potrebbe prendere direzioni diverse.
Se così  non sarà avremmo comunque avuto un finale “ad effetto” e che in fondo, pur lasciando “aperture”, racchiude l’intima natura della serie.

Mi sento di dire perciò, che nonostante i difetti, nonostante non convinca al 100%, nonostante quel “e ora?” che viene spontaneo chiedersi, Gilmore Girls – A Year in the Life resta, non solo il miglior esempio di reunion visto finora, ma anche un’ottima produzione televisiva, brillante, intelligente, delicata, e forse, la miglior scelta che si potesse fare.

 

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UNA MAMMA PER AMICA – DI NUOVO INSIEME

Titolo originale: Gilmore Girls – A Day in the Life
Regia di: Amy Sherman-Palladino, Daniel Palladino
Scritto da: Amy Sherman-Palladino, Daniel Palladino
Genere: Commedia, Drammatico, Romantico
Anno: 2016
Stagione: 8
Numero episodi: 4
Durata episodio: 90 minuti
Produzione: Paragon Studios , Warner Bros. Television, Netflix
Musiche: Sam Phillips
Cast: Lauren Graham, Alexis Bledel, Scott Patterson, Kelly Bishop, Keiko Agena, Matt Czuchry, Yanic Truesdale, Sean Gunn, Milo Ventimiglia, Liza Weil,

2 risposte a "Gilmore Girls. A Year in the Life"

  1. Si, lo penso anch’io che una delle migliori telefilm 😊 e io sapevo l’avevo sentito 7 anni fa che ci sarebbe stata un altra stagione ( non sapevo quando)dove Lorelai si sposa e Rory rimane incinta di Logan( dicevano 7 anni fa)… ma non pensavo così… io volevo vedere il matrimonio l’abito bianco poi Rory lo dice proprio il giorno più bello per sua madre … c’è poteva finire in modo diverso 😐

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    • Io francamente non sapevo nulla, ho letto solo che la Palladino avrebbe sempre voluto finire la sere con quelle 4 parole (“mamma.. “”si?” “sono incinta”) ed effettivamente un senso, nell’economia della serie, ce l’ha

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